
È passato qualche tempo ormai da quando alcuni degli esuli avevano tentato di fuggire, poiché non avevano perso la speranza di tornare ai luoghi di origine e di rivedervi le persone care. Non riuscivano più a vivere come fantasmi superstiti di un mondo irrimediabilmente perduto.
Avevano atteso l’arrivo della nave da Alpha Centauri e si erano infilati nella stiva, eludendo la sorveglianza delle guardie armate. Ma uno di loro aveva tardato, non tanto per l’affanno, quanto per un’improvvisa esitazione – lui, in fondo, nella vita non si era mai ribellato prima di allora. Il cambusiere l’aveva scorto e aveva avvertito la polizia della nave. Così li avevano presi e li avevano riportati indietro, al giardino di foglie e di fiori che sarebbe stato ormai la loro casa.
Come loro, tutti quelli che vivono qui sono superstiti di complicate e avventurose traversie, sono anziani e reduci, come Romano, che si è fermato un momento fra un’ispezione e l’altra in sala macchine, o come Marco, che viene a fumare una mezza cicca con l’orario di viaggio sotto il braccio. Si fermano a godere delle piante, dei fiori ritornati per il maggio del loro esilio, dei piccioni e dei merli che cercano briciole fra i tavoli e le panchine, reduci da lontani pianeti, da spazi dove li ha sorpresi la magia cattiva del tempo, da stazioni interstellari, per ricordare l’epoca in cui il giardino non era esilio, separazione dai luoghi e dalle persone amate, ma l’angolo dove scampare dai marosi dei media.
Viene anche Livia, che era hostess sulle astronavi, a ricordare i piloti coi quali usciva in franchigia; ha volato per anni dalla Terra fin qui per trasferirvi i sinistrati, e adesso è lei che deve rimanere per sempre. Viene Pino, magazziniere di una compagnia di trasporti, che ripete salmodiando il canto della corporazione, e viene Laura, abbandonando per un po’ le ricette di cucina che va collezionando e ricopiando con cura.
Questi esuli raccolgono le viole e le roselline, ammucchiano petali e foglie nelle sporte, ricevono semi vaganti dai platani, si lasciano ricoprire le spalle di spore pelose. La maggior parte è costituita da umani, acciaccati e stanchi; alcuni agli umani sono simili, ma in loro ha prevalso una natura più antica, primordiale e selvaggia. Vagano nel giardino pensile ammirando le pimpinelle e cogliendo la reseda e il rosmarino, dimentichi delle rotte percorse per tanti anni fra stelle e pianeti, quando osservavano dopo il lavoro gli anelli rossi di Saturno e la scia argentata delle comete.
Adesso alcuni stanno sui rami, appollaiati come poiane, aspettando i passanti a cui gridare la solitudine e il tedio, altri si nascondono nell’erba, imitando le bestiole di Marte che attaccano le caviglie. Arriveranno astronavi ancora, ma nessuno di loro salirà a bordo, perché il giardino li ha presi con i suoi fiori carnivori, con le sue liane pericolose, con le primavere ammalianti.
Posso ascoltare Romano, che parla volentieri ma non si capisce bene quello che dice, e annuisco sempre, per non indisporlo. Ha visto parecchi mondi, ha incontrato esseri strani, che cerca di descrivere, ha avuto figli che hanno smesso di venire a trovarlo. Parlo con Laura. Percorre tutto il giardino, sistemando i tavoli e mettendo in ordine le sedie sparse qua e là, reduce da un mondo dove nulla era al suo posto. Scherzo con Nadia, nipote di un’ospite anziana, che parla ad alta voce, ride molto e distribuisce sigarette. E con Giovanni, che raccoglie piante medicinali e si è ammalato, quando era tecnico di radiologia nell’ambulatorio della stazione 23. Tutti si aggirano per il giardino con cautela, timorosi delle dionee carnivore e dei serpenti piumati, ammirano lo slancio dei platani verso il cielo, che d’ora in poi vedranno solo da qui, senza potersi imbarcare di nuovo, senza più ribellarsi. Il cielo ruota impassibile sugli alberi e sui fiori, portando con sé il singhiozzo dei reduci, il respiro dei tigli, l’energia dei pianeti.
Carlo Negri, Bologna