Quaderno

Il porto

Lingue di sole dal graticcio d’edera
per l’ospite di un’epoca sorda
né amato né detestato
le cose stanno ormai per dissolversi
le facce della gente un po’ sfocate

Al circolo dei pescatori
maggio arriva galante
se avessi barche per traversare
potrebbe essere ora il passaggio
Ed il sole abbandona la tovaglia
così si annuncia il ritorno
dalla stazione dei dubbi
alla casa dei proponimenti
dove deporre affanni leggeri
e lacrime irragionevoli
Andrò nei salotti alla moda
che adunano letterati lunatici
alla ricerca di trame appaganti
fra luoghi comuni correnti
frasi fatte rassicuranti
ed estenuati verseggiatori
Il linguaggio vorrebbe dar forma ai pensieri
ma quelli son già sempre altrove
Ogni discorso appare rischioso
come farfalla aleggia nel vuoto
Apprezzo la tua eleganza
se assumi i lineamenti delle maschere
per osservare le formalità
Hai perso la verve frastornato
da troppi danni collaterali

Se arrivi al Buen Retiro
saluta i tuoi compagni sulla soglia
grida che sei contento di vederli
anche se sai che a loro
neanche un attimo sei mancato
T’inviteranno alla festa del Governatore
Quelle donne sono dabbene, credimi
anche se usano i loro amanti
come bandiere nell’arena
e poi ne scordano i colori
I vecchi amici stilano le cronache
adulano le recite dei generi
riaprono la serra dei ricordi
e tu lasci passare la tua agitazione
fra le arcate dei portici
Allo specchio ti scopri imbolsito
le tue parole non sanno più formare
strutture per visioni inarrivabili
L’autorità minore è più vessatoria
Il sorriso che vorresti ironico
ha invece qualcosa del rictus
Non pentito né risentito
amareggiato a volte
dalla temperie inclemente
dagli dei insofferenti
dalla burbanza burocratica
Il porto genera smania di prodigi
Meglio salpare con la marea
abbandonare le conventicole insulse
le facce arrossate da voglie confuse
dal rovello di trame complicate
per assecondare le vele altotese
verso la casa del ripensamento.

Luglio 2020     



Bologna

Petronio prese Bologna e la tenne in mano
per osservarla bene da vicino
E dopo un poco vide la città
come sarebbe diventata un giorno
I suoi occhi videro mura e torri
e canali e vicoli
e chi sarebbe vissuto bene e chi male
gli incontri fortunati i cattivi accoppiamenti
la malasorte e le vite abortite
vide le morti scelte da ciascuno
e perseguite pervicacemente
Scorse gente di seta scendere
da carrozze d’avorio, e prelati
con la celata e gli speroni d’oro
Sotto i piccoli portici dei borghi
vide le case dove soldati stranieri
entravano furtivi
e i portici affrescati delle chiese
con mercanti studenti mendicanti
E volle entrare all’osteria del Sole
dove nel fumo e nell’afror di vino
giravano imbriachi e cantastorie
i tavoli affollati di operai
col desinare nelle gavettine
di studenti avviati all’amore alla teologia
di lestofanti in cerca d’occasioni
di spioni di rivoluzionari
Vide roba cambiare proprietario
e nascere e calare le fortune
vide le liti per eredità, vide le notti
degli amanti celati nei cantoni
conobbe i tipi umani ormai fissati
i corpi che producono i caratteri
vide perire le generazioni
in diversi dolori della carne
e quando vide si commosse alquanto


Bologna, via Barberia

La giostra

Segui solerte la folla nel sole polveroso
Nel frastuono del traffico fra i tavolini e le piante
Ti fermi a parlare con lei nel calore
Del pomeriggio mentre uno dice ‘dev’essere bello’
E un altro dice ‘andiamo a vedere’
Oscilli da un piede all’altro specchiandoti
Con lei nelle vetrine
Si torna a camminare fra la gente
nel carosello di davanzali ansiosi
di uccelli meccanici
Uno che dice ‘aspetta un momento’ e un altro
‘non sapevo che fosse arrivata’
Vengono amici stringi la mano a tutti
Le foglie delle mani i semi delle facce
E uno dice ‘ci siamo già visti’
Come per gioco ognuno prende il posto dell’altro
E ancora e ancora e si guardano curiosi
Si spogliano e si scambiano il costume
Ora il tramonto mangia la luce divora
Le felci dei discorsi
Il cielo trema s’accende la grande giostra
La grande mano ci mette in moto come giocattoli
Corriamo tutti a comprare saponi e lampade
Uno dice ‘quanto costa?’ un altro ‘prendo quello’
Ci solleviamo al cielo dell’arredamento
Tessere sparse di antichi mosaici
Pieni di grazia sulla scala mobile
Oltre tappeti e surgelati fino a
Terrazze buie dove ad intervalli
Qualcuno grida.



Combattimenti

Sarebbe meglio dormire col sole
Senza svegliarsi sulla prima pagina in grossi caratteri
Senza subire il mattino che fa lingua spessa trillio di telefoni
Senza sognare i corpi distesi per la durata delle ferite
Le gole dissolte nel mezzo della domanda
Senza ascoltare i particolari dal notiziario
Ma ricordare com’era andarsene in giro fischiando
Che ti dicevano ch’eri innocente e visitavi musei
Con le tue scarpe dalle fibbie d’oro

Conducemmo anni ciechi, soffrimmo
Simultanei incidenti dei quali non c’è memoria
Nei dialoghi e negli appunti, nemmeno di quelli
Più gravi e nel frattempo s’affonda nell’incoscienza tranquilla
Chiedendo caffè per vedersi la faccia
Boccheggiare allo specchio fra le bottiglie e gente
Animarsi dalle vetrate, sorridere al viso
Ingrassato sulla cravatta, fiorito sopra il cristallo
Come una muffa, affatto inarrivabile

La terra è le cose che affiorano facendo bollire
La superficie, che vedi occhi e forme di volti
E vedi che ammiccano e fanno dei segni
Finché la mano li tira di nuovo sul fondo

Sui volti affreschi policromi d’ansia
Uscendo dal portico sui marciapiedi che tira vento
Sui fogli murali con le notizie dei combattimenti
È come qualcosa che spinga ancora verso la notte
Senza svegliarsi sull’editoriale né sulle fotografie
In ogni istante è la conclusione
Come guardarsi allo specchio nella metafora dei lineamenti
Che sono là dietro in una sorta d’attesa
E non lo capisci che cosa dicono

Nell’amarezza di tutti i colloqui, nell’assurdità della rosa
Sei come uno che aspetta che la sua barba cresca
O come uno che visita un vecchio giardino
O come uno che ogni mattina si sveglia
Nell’indifferenza e nel frastuono
E sente che qualcosa sta aggirando
L’abituale saggezza animalesca

La pioggia risale le gronde di periferie desolate
L’autunno batte e l’inverno alle porte dei polsi
Ti metti a guardare l’andirivieni di nuvole
Ti spiani le rughe allo specchio senza animarti
Contro l’inerzia, contro l’ingiustizia
Bisognerebbe raccogliere i gesti non scoraggiati non
Sprezzanti di amici incontrati per caso, le parole
Scambiate fra coloro che si amano
Sospendere per un istante la necessità torva
Di interessi di affari…



Incubo in moto

E porto l’incubo in moto
Mi sembra ansioso di prendere aria
Alle nove sulla prima pagina
Beve tranquillo il mio cappuccino
All’una mi guarda dal televisore
Sa fare il politico, il cantante, l’attore
Nel pomeriggio mi spiega la nuova etica
Con sfere d’acciaio al posto delle rotule
Amo la sua faccia di setole e alluminio
Verso sera allarga con colli di bottiglia
Le labbra elastiche della mia anima
Esalta il mio senso di responsabilità
Mi fa venire coraggio da preside
Intraprendenza da sovrintendente
Per fare riunioni con tutte le componenti
Atletico negli interventi
Vibratile nel sensorio sociale
A notte s’avvolge in un sangiovese
Cardinalesco, lo riconosco e balzo
Sulle colline, mi lancia insulti
Dal sellino posteriore
Di notte è portici ondeggianti
Foglie rosse sul piatto di novembre
Accuse di palese inettitudine
Di notte è storia che estrae Bologna dalla custodia
Per farti sentire com’eri una volta



Collina

Bisognerebbe essere collina
Asserragliata fra castagni folti
Alimentare la fine peluria dei campi
In segreto allevare temporali
Dalla notte ricevere
Animali in fuga e sudore di foglie
E grugniti di genti assalite da sogni
Di rivolte e di antiche carestie
Subire l’alito freddo degli astri
Far transitare folle di stagioni
Sul corpo di fibrose montagne
Cosparse di fattorie abbandonate di fiumi
Che scendono da fabbriche remote


Dedicato a Chiara

Hai nutrito il mio spirito
con arabeschi di grazia
Mi desti uno schiaffo per il trasferimento
Hai provveduto alla mia solitudine
con una dolce vigilanza
Volevi impedirmi la sbronza rituale
Bevevo anche quando ci s’incontrava
apprendista del disfacimento
Lasciasti in fretta la montagna
perché tua madre era alla fine
La vidi poi nella camera ardente
di un’estate indifesa
Un’altra estate cammini sola nella foresta
poi c’incontrammo a Luserna dei Cimbri
e sulla via del Passo al caffè con Pino
le nuvole basse schiacciavano le foglie
tu sorridevi a Pino parlandogli
Mentre mi persuadevo d’aver mancato tutto
hai ricavato un giardino fra le rovine
con la nebbia hai formato dei fiori
Ero geloso perché chiacchieravi con Pino
ebbi vergogna di ciò quando morì
E col maestro di sci imparavi poco
lui ti mostrava solo quant’era bravo
Per conto mio l’avrei mandato al diavolo
In qualche trattoria dei sobborghi
abbandonammo frammenti d’amore
Quando annunciasti che amavi un altro
ebbi spilli d’acciaio sulla fronte
Gli amorini paffuti piano piano
lasciarono via Barberia                                    
arrivava la zia Saudade
dal grigio mantello
E ritornata sembravi diversa
come scampata da luoghi insidiosi
E le stagioni non cessavano di alternare
la pioggia e i fiori, la gente e il silenzio
Avevi cercato
il distacco da me, l’affermazione di autonomia
per consegnarti ad altre dipendenze
Per consolarmi avevo corteggiato
senza successo una vecchia amica
lei mi trovava privo di entusiasmo
Si presentarono nuove possibilità e ragioni
tu amavi sempre i miei spettri e paralogismi
si andò ancora insieme per abbazie
nella Tuscia progenitrice e nel Lazio
Le tue labbra formulavano incantesimi
per la mia mente suggestionabile
Amando il tuo corpo pieno finii per seguire
le spirali della tua esuberanza
I portici stillavano rari passanti
i sogni mancati risalivano la collina
Noi non si stava insieme, timorosi
dell’affievolirsi dei sentimenti
della limitazione di sovranità
degli Ego nostri esorbitanti guardinghi
Salendo la valle verso il laghetto
il paesaggio avvolto nel saio del tramonto
ci guardiamo timorosi d’ogni serenità incombente
Ti annoiavo parlando del Medioevo
ti divertivo quando scrivevo poesie
col dito intinto nel Sangiovese
Ognuno amava dell’altro la parsimonia di slanci
il riserbo incapace di nascondere l’attrazione
La decadenza mia prediligeva i luoghi remoti
esitavi a seguirmi tra le rovine
Il seducente riserbo della contessa Ute
l’esaltazione precoce di Eloisa
che alla fine raggiunse Abelardo
l’illusione di Roxanne che non conosceva
la devozione del suo poeta
Dell’enigma femminile spiavo soltanto
ciò che desideravo, e non gli impulsi inquietanti
celati nel velluto delle membra
Hai disperso il tedio delle cose
l’amarezza dei miei peccati
Sapevi che non ero impavido né innocente né immemore
Con le tessere dei giorni hai foggiato
figure mobili di incontri e di assensi
composizioni di pause e riprese felici
teorie di Re magi e indovini
La Regina del bosco avvolge il ballo
con lacci d’edera lucente
i musicanti bevono, Bologna è dietro il tramonto
Chiara sorride pensando al Generale
che miagola a se stesso sul divano
Nei sotterranei della memoria
sono in attesa momenti e immagini
del nostro cammino animoso
Per quanto fosse inconsueto                                 
diverso non l’avrei voluto
18 maggio 2021


La rivista

Ho traversato colline di carta
boschi di canne rigate paesi
di derrate esotiche quartieri
muniti di giardini e rivellini
da maestranze straniere
viali di stazioni diroccate passaggi
di ideologie in disuso
ho conversato nelle pensioni
dove poeti attendono il tè
dimentichi dell’oasi abbandonata
a marosi di sabbia,
sono entrato nelle trattorie
di sparuti iniziati, che lusingano
le barbe di retori dismessi
ho visto periferie dove si nutrono
di solitudine quelli scontenti
del cielo e degli eventi
dove si comprano cuori avvolti
in carta oleata, dove si arenano
capitani partiti con le prime
maree, ho avuto epistolari con profeti
di ventura da tempo relegati
in cassa integrazione, ho ricevuto
cartoline precetto per condurre
reggimenti di gnomi ad occupare
vecchi castelli abbandonati in aria
dagli apprendisti di sociologie
Adesso c’è il silenzio che precede
la riapertura dell’arsenale
la marcia dei norcini sui bastioni
l’arrivo degli uscieri con la banda
per animare il festival di gruppi
cosmopoliti, fieri con gli ottoni,
coi tamburi in cammino, ad esaltare
il mormorio delle bandiere
del gran pavese, mentre i galeoni
caracollano al largo
Per conto mio vorrei partecipare
dalla terrazza del municipio
con la mia tuba e il mio cappuccino
la faccia spaventata tra le foglie
e briciole di torta fra le dita
affidato alle cure delle ninfe
dei giardini conclusi
attorniato da giovani commessi
di assise periferiche
in osservazione presso studenti
di papirologia


Mimmi

Per Mimmi

Eccomi con qualche pianto
e con rari sorrisi
che non si sa perché
Con la faccina tonda
come un piatto di minestra
Con le gambine tonde
e braccine rotonde
come affetti profondi
Ho preso in mano
una fila di giorni
che giustificheranno
anche i vostri mancati

Ho preso in mano
il pennello del senso
per dar figura e sfondo
ai vostri ghirigori
Di quello che sapete non so nulla
però giungo a vedere
i colori e le forme
avverto la premura
e l’amore e la cura
Tutto ciò che sta intorno
è certamente me
anche persone e cose
sono subito me

Vi porterò indietro
a ritrovare il gatto
con gli stivali e Bambi
e i nani e Peter Pan
e gli alberi e le foglie
ogni sogno e magia
perduti per la via
Io posso dipanare
matasse di rancori
pregiudizi e avversioni
col mio sguardo sereno
dissolvere legioni
di zanzare e mosconi
tracciare col ditino
segni di simpatia
sulla sabbia del mondo
rifarlo verdeggiante
e così sia



Andare per spese

Quando ti muovi a un luogo di merci
solerte con la tua sporta di tela
e pensi a quello che manca, il caffè e il pane,
l’idrolitina, la cortesia, il senso,
sai che non tutto si trova colà
sai che non riesci a muoverti senza capire
la direzione dei traffici, la consistenza delle cose
che vuoi comprare, la ragione
per cui costoro non si amano
l’uno con l’altro, annota
che arriverà altra roba, che dovrai
correre per i saldi, non pensare
al surrealismo, schivare gli scooter
quando attraversi, tenere un atteggiamento
deferente con Superman
Ci voglion dunque:
lo sciampo dei buoni pensieri
le scarpe per salire in casa
il dopobarba per lusingare
la dottoressa della porta accanto
caffè per leggere Eliot
una sedia per il raccoglimento
un ostensorio per le cicatrici
vernaccia per Rabelais
qualche mese di solitudine
non priva di rivelazioni
il tavolo per distendermi
libri gialli dove non ci sia il colpevole
libri colpevoli che non siano brutti
altri libri
e poi la macchina per inseguire
gli amici annoiati di aspettarmi
in ogni trattoria di Fiabilandia,
gli anni stancati di portarmi
per alberghi di nessun posto,
e il sosia più leggero che ho lasciato
in qualche luogo, a un certo momento


Rovine

Il generale s’affaccia al balcone
con il piede di bronzo fra i gerani
il braccio alzato dell’arringatore
e mentre parla ignora come tutti
che volerà la bomba come rondine
nell’aria inamidata
All’improvviso rovina di sotto
lo vediamo dibattersi nell’erba
in mezzo ai fedelissimi che gridano
Arrivano gli orchestrali con trombe e viole
bisogna seguirli in fila con le medaglie in vista
bisogna cantare nel fumo dei turiboli
So che questa è una mala compagnia
ci batteranno coi loro spartiti
ci stireranno sui loro tamburi
Meglio lasciare i ricoveri urbani
cercare serre e orti recintati
chiamare in scena i suggeritori
Il pallone osserva ciò che si muove
vira affondando nei tetti più bassi
riappare più vicino alla contesa
Ma ancora indugio in viale Inimicizia
mentre i colleghi raccolgono i fogli
proprio sul luogo dell’esecuzione
Mi troverò un comignolo di porcellana
sarò sincero nella corrispondenza
ascolterò i consigli per gli acquisti
Quali notizie occorrono per ritornare, ma indietro
non si torna, si va soltanto, le navi adesso
formano scie più ampie, c’è freddo sui
guerrieri, c’è vento teso
sugli esecutori, la folla grida, il corpo precipita, era
soltanto un paggio senza onore, soltanto un discobolo
L’umidità dissolve la compattezza di questi marmi
li rende verdi e porosi, ho bisogno di queste rovine…